HomeIntervisteIntervista al marciatore Francesco Fortunato
Intervista al marciatore Francesco Fortunato

Intervista al marciatore Francesco Fortunato

Nell’articolo di oggi vogliamo condividere con voi l’intervista a Francesco Fortunato, marciatore della Nazionale Italiana di Atletica Leggera, nonché detentore del Record del Mondo nella 5km di marcia indoor.

Francesco si è prestato alla nostra penna e insieme a lui abbiamo affrontato il tema del coaching sportivo e dell’importanza dell’allenamento mentale in discipline di resistenza come la marcia.

Come stai?

Posso dire di stare bene, tra le gare e il post-gare è stato un periodo abbastanza stressante, ma nonostante i vari voli tra Italia e Cina, trovo che questo momento sia molto positivo e per questo sono molto contento.

Ho avuto, subito dopo il ritorno dalla Cina, la possibilità di stare una settimana a casa, ad Andria e mi sono goduto il calore dei miei concittadini e un leggero riposo, prima della ripartenza.

Come è iniziata la tua passione per l’atletica?

Ho iniziato perché, come mi piace dire strappando un sorriso alle persone, “non ero abbastanza bravo negli altri sport”. In realtà tutto è iniziato un po’ per caso e grazie a mio fratello.

Nessuno dei due aveva mai praticato atletica, finché un giorno lui si trovò a partecipare ad una gara organizzata dalla parrocchia e in quella stessa giornata conobbe l’uomo che, in futuro, sarebbe diventato il mio allenatore. Venne invitato ad iniziare a frequentare il campo di atletica e incuriositi entrambi, il giorno dopo questa gara decidemmo di provare insieme; dà li in poi è partita la mia avventura nel mondo dell’atletica leggera.

Come mai hai deciso di avvicinarti alla marcia?

Quando ho iniziato a fare atletica la prima disciplina a cui sono approdato è stato il mezzofondo e solo successivamente, dopo circa un anno e mezzo dal mio inizio, grazie al mio spiccato senso di curiosità e alla voglia di mettermi sempre alla prova, ho deciso di cambiare e di avvicinarmi alla marcia.

La prima cosa che ho pensato è stata “fammi scoprire, magari sono bravo a marciare!”

A quel punto sono stato proprio io ad andare dal mio allenatore, Antonio, e a dirgli che avrei voluto provare la marcia con l’obiettivo di qualificarmi al Criterium cadetti perché, razionalmente, avevo capito che, mancando solo 3 mesi alla gara, continuando con il mezzofondo non sarei riuscito a raggiungere il mio obiettivo.

Grazie quindi a questo mio modo di essere, razionale e concreto ma anche curioso e con tanta voglia di mettermi in gioco, ad oggi posso dire di averci visto lungo perché effettivamente mi sono reso conto fin da subito di essere portato per la disciplina e di riuscire ad ottenere dei tempi di rilievo nazionale.

Quali sono le caratteristiche che un marciatore dovrebbe avere?

E’ difficile trovare un’unica risposta a questa domanda. Potremmo affrontarla da un punto di vista sia fisico, che mentale, e trovare come comune denominatore la predisposizione ad una prestazione di resistenza.

A livello fisico, seppur nella concezione comune un marciatore dovrebbe rispecchiare molto quella che è la mia fisicità, ovvero essere magro e longilineo, oggi, nel panorama mondiale mi reputo io l’eccezione poiché la maggior parte dei marciatori del momento sono molto più “muscolosi”; tenendo presente che parliamo pur sempre di una disciplina di resistenza in cui determinate caratteristiche fisiche fanno la differenza.

A livello mentale invece deve esserci una predisposizione alla prestazione di resistenza, allo sforzo e quindi l’allenamento mentale diventa un elemento fondamentale.

In tal senso io ho sempre avuto una buona predisposizione mentale, poiché fin da piccolo ho sempre preferito essere il più resistente, piuttosto che il più veloce.

Quanto è importante l’allenamento mentale in uno sport di resistenza?

Partirei dal presupposto che io credo tanto nel potere dell’allenamento fisico e credo anche che, in una scala percentile, il 75% della prestazione venga fatta dal corpo.

E’ anche vero che, nonostante l’aspetto mentale possa avere solo il 25% di rilevanza in questa scala percentile, credo che sia un aspetto così determinante da poter andare ad inficiare tutto quello che è stato fatto a livello di allenamento fisico durante gli allenamenti.

Per questo motivo credo che allenamento fisico e allenamento mentale siano complementari, e possano dividersi in maniera equa 50%-50%.

Per fare un esempio concreto: gli atleti che decidono di ritirarsi ad una gara molto spesso non lo fanno per motivi fisici o perché si è arrivati allo sfinimento, ma succede a causa di un cedimento a livello mentale. Questo cedimento può dipendere sicuramente da molteplici fattori, come per esempio essere conseguenza di brutte sensazioni fisiche avvertire in gara, oppure può succedere, per motivi apparentemente inspiegabili, di fare tempi e performance peggiori di quelli fatti in allenamento e tutto dipende da un unico fattore che è la mente. Quando la mente è out non c’è nulla che si possa fare, nulla può vincere su questo aspetto.

Per riuscire ad avere una performance d’eccellenza è necessario ci sia un equilibrio tra questi due aspetti.

Quali ostacoli o difficoltà hai incontrato nella tua carriera?

Dopo 15 anni di attività agonistica all’attivo, di cui 10 ad alti livelli, penso di averne provate di tutti i colori.

Ho affrontato stagioni intere sotto tono, da cui non riuscivo ad uscire; oppure ho avuto stagioni iniziate un po’ a rilento, che poi si sono riprese sul finale; o ancora ho fatto gare in cui sono andato male ma da cui sono uscito fortificato e che mi hanno aiutato a ritrovare la scintilla di cui avevo bisogno per fare meglio.

Tirando le somme, oggi, che ho più esperienza e che mi conosco meglio, posso dire di essere fiero di me stesso perché riesco a gestire meglio i momenti più difficoltosi, riesco a contenerli sempre di più e sono sempre meno rispetto ai momenti positivi.

Mi sento sempre più solido, ho sempre meno up e down e tutto questo grazie alla consapevolezza maturata negli anni.

Come sei arrivato a questa consapevolezza?

Oltre alla maturità acquisita con l’esperienza, sicuramente il percorso fatto con lo psicologo sportivo mi ha molto aiutato.

Nel corso di questi anni ho avuto modo di fare diverse esperienze e provare diversi approcci; ho iniziato anni fa facendo un breve percorso con un Mental Coach sportivo, ho poi provato due psicologi sportivi, di cui uno con un approccio molto più simile al coaching ed infine, dal 2021, sono seguito e mi affianco ad uno psicologo sportivo.

Aver fatto esperienze diverse, con diverse persone, mi ha sicuramente accresciuto.

Quando in passato ho avvertito la necessità di affiancarmi a questo genere di figure professionali l’ho fatto perché ricercavo in loro una soluzione, un aiuto esterno, che poi con il tempo ho capito essere una soluzione temporanea.

Successivamente ho decido di cambiare io stesso approccio e oggi non cerco più qualcuno che abbia una soluzione ai miei problemi ma ho trovato qualcuno che mi accompagna e mi supporto; non ho bisogno di un motivatore ma di una persona che mi aiuti a gestire le mia vita, professionale e non.

La persona che mi affianca ora la vedo come un accompagnatore, con lui siamo in sintonia, abbiamo costruito un rapporto di fiducia reciproca e riesco ad attribuirgli il giusto peso.

Per me è importante sapere che lui c’è ma non è necessario sentirlo tutti i giorni; i nostri scambi, infatti, non avvengono sempre nello stesso modo, dipende molto dai periodi e dagli obiettivi in programma.

Consiglieresti ad altri atleti un Mental Coach?

Si, lo consiglierei ad altri atleti, anche più giovani, perché così come per me è stata, ed è, una figura fondamentale, potrebbe esserlo anche per altri.

Le domande che però spesso mi pongo, in merito a questo argomento, sono: “esiste un’età giusta in cui avvicinarsi a un Mental Coach? Ad oggi non saprei rispondere con certezza, forse direi il prima possibile”; invece: “sbattere la testa da soli è un buon modo per crescere? Penso di si”; poi però mi domando anche: “può, se protratto nel tempo, essere un rischio di trauma da cui non ti riprendi?”.

Sono domande a cui non c’è una risposta univoca, forse la risposta più corretta sarebbe “il prima possibile”.

Non esiste di fatto un’età precisa in cui decidere di farsi supportare da una figura professionale di questo tipo, ci possono essere numerose variabili, l’unica certezza è che, per uscire da alcuni schemi e loop negativi, prima si chiede supporto, meglio è.

In quale momento hai cercato il supporto di un professionista?

Come si può immaginare ho cercato un supporto dopo un fallimento. Anche perché mi verrebbe da dire che nessuno lo cerca se sei in un momento di gloria.

La prima volta in assoluto che mi sono rivolto ad un Mental Coach è stato tra il 2016/2017 dopo l’ennesimo fallimento.

Era un periodo in cui gli allenamenti andavano bene, ma poi in gara non riuscivo a venir fuori. In quel momento, in accordo anche con l’allenatore, ho deciso di provare questa strada.

In quei momenti, prendere una decisione del genere, diventa una sorta di ancora perché quando le cose vanno male puoi decidere di prendere due strada:

  • assumerti tutte le responsabilità del fallimento, cercare di rimediare e provare a fare meglio;
  • scaricare la responsabilità a qualcosa di esterno.

Se scegli la prima strada e accetti il fatto che non è la prima volta che questo accade, e capisci che forse non ce la fai da solo a trovare la via di uscita dal problema allora decidi di provare e hai quasi la sensazione di toglierti un peso.

Inizialmente pensi: “beh ora se vado male però nessuno mi può dire niente perché sto andando da uno psicologo”.

Anche qui, c’è tutto un processo di crescita e di maturazione che avviene con il tempo perché ad un certo punto capisci realmente cosa ti può dare quella persona e cosa cerchi tu da lui.

Purtroppo, soprattutto quando raggiungi determinati livelli, la pressione e l’aspettativa esterna influiscono molto.

Sei contento dei risultati raggiunti fino ad ora?

Si, sono molto contento dei risultati raggiunti e sempre più consapevole e fiducioso che andrò sempre meglio nel prossimo futuro.

Ho costruito tutto questo non come un exploit ma come una costruzione di consistenza di risultati e credo fortemente arriverò ad un punto dove riuscirò a sbagliare sempre meno gare. Già ora, ed è una cosa di cui vado fiero, nelle gare andate meno bene ho comunque ottenuto un risultato di alto livello.

Tra i miei obiettivi in tal senso c’è quello di arrivare, anche in una gara andata male, nelle prime 10 posizioni del ranking mondiale. Credo di avere tutte le possibilità di poter raggiungere questo obiettivo nell’arco di altri 2/3 anni.

Quanto è importante imparare a gestire le emozioni?

Penso sia importantissimo saperlo fare e io, nel tempo, con l’esperienza maturata e con il raggiungimento di diverse consapevolezze, ho imparato a gestirle al meglio.

Uno dei motivi per cui credo sia fondamentale imparare a gestire le proprie emozioni è legato al fatto che la vita prima o poi ti presenta il conto; mi spiego meglio, ci sono stati dei casi in cui alcuni risultati eccellenti sono arrivati in maniera del tutto inaspettata e questo ha poi provocato, agli atleti che l’hanno sperimentato su di sé, grosse difficoltà mentali ed emotive.

Esempio concreto: il podio olimpico della 50km a Tokyo è stato fatto da atleti che non si aspettavano minimamente di poter fare quel risultato e sono stati travolti dalla situazione perché, solo dopo aver preso consapevolezza di quanto accaduto, dentro di loro sapevano o comunque non hanno mai creduto di poter replicare nuovamente un risultato del genere e quindi, in quel momento, scatta automaticamente la domanda: “e ora cosa faccio? Continuo? Con quale obiettivo?”.

Se non sai gestire determinate situazioni diventa una continua lotta contro te stesso e contro le aspettative elevate che arrivano dall’esterno.

L’aspetto mentale quindi è la chiave di volta che ti aiuta ad esprimere il tuo massimo potenziale.

Hai dei gesti scaramantici pre-gara?

La cosa più scaramantica che faccio, anche se poi tanto scaramantica non penso lo sia, perché se non la faccio non succede nulla, è farmi la barba prima di ogni gara.

Non ho un momento specifico in cui farla, l’importante è arrivare “sbarbato” soprattutto nelle gare che reputo importanti.

Un’altra cosa che faccio è ascoltare della musica; non ho sempre la stessa, ogni anno scelto una canzone diversa, perché mi sono reso conto che ascoltare sempre la stessa canzone poi perde di efficacia.

Per quest’anno sono ancora alla ricerca di quella giusta.

Durante le gare a cosa pensi?

Solitamente durante le gare cerco di non pensare a nulla; anzi mi sono reso conto che quando penso, soprattutto se si innescano pensieri negativi, le gare vanno male.

In un post gara andata male, per esempio, ricordo di aver scritto su un foglio tutti i pensieri che avevo avuto mentre marciavo e quando li ho messi nero su bianco mi sono accorto di aver pensato a una miriade di cose che non avevano nulla a che fare con quel momento e che mi avevano distratto dall’obiettivo.

In quel momento ho quindi deciso di scrivere i miei pensieri prima delle gare.

Scrivo solitamente due, tre pensieri, delle parole chiave che mi possono aiutare durante la competizione e tra le cose che scrivo inserisco sempre un pensiero legato alla respirazione.

Può sembrare banale ricordarsi di respirare bene ma se ci pensi è un aspetto fondamentale per riuscire ad avere anche una migliore ossigenazione di tutto il corpo.

Infine, un’altra cosa che ho imparato a fare, grazie anche al supporto del mio psicologo, è quella di prepararmi a situazioni difficili. Provo ad immaginare tutte le cose peggiori che possono succede in gara e cerco di arrivare pronto qualora dovessero verificarsi realmente.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Nel breve termine un prossimo obiettivo è gareggiare in una 10km, il 13 Aprile, a Prato; una gara in cui vorrei andare forte ma se anche così non dovesse essere non ci sarebbe nessun problema.

I due grandi obiettivi di quest’anno invece sono:

  • la 20km negli Europei a squadre, che si terrà il 18 Maggio a Podebrady
  • i Mondiali che si terranno il 20 Settembre a Tokyo

Ringrazio Francesco per essersi prestato a questa intervista e per aver affrontato con noi di Sport Coach Italia l’importante tema dell’allenamento mentale e la necessità, in particolari momenti della carriera di un’atleta, di rivolgersi ad un professionista, Mental Coach sportivo o psicologo sportivo.

Imparare a gestire le proprie emozioni, i propri stati d’animo, la potenza della propria mente, diventa l’elemento chiave per raggiungere sempre più prestazioni d’eccellenza.

Condividi: